Nato a Milano il 30 marzo 1955, Ugo Conti è tra i caratteristi più amati del cinema italiano, interprete versatile che ha attraversato decenni di pellicole, televisione e teatro con una presenza intensa e autentica sullo schermo e sul palco. La sua carriera cinematografica inizia nei primi anni Ottanta con Eccezzziunale…veramente (1982) di Carlo Vanzina, accanto all’amico e collega Diego Abatantuono, con cui condivide una lunga amicizia e collaborazione artistica sin dai tempi in cui, giovani, frequentavano il Derby Club milanese. Negli anni successivi lavora con registi di primo piano e partecipa a numerosi film, tra cui Marrakech Express e Turné di Gabriele Salvatores, dove si afferma sempre più come interprete capace di spaziare tra generi diversi. La svolta internazionale arriva con uno dei film più celebri del cinema italiano contemporaneo: Mediterraneo, diretto da Salvatores. La pellicola vince il Premio Oscar come miglior film straniero nel 1992, consacrando un’intera generazione e segnando un momento fondamentale nella carriera di Conti.
Da allora la sua filmografia si arricchisce di ruoli in cinema e televisione, mostrando una presenza solida sia nelle commedie sia nei lavori più drammatici, fino alla partecipazione ad altri progetti televisivi e performance dal vivo. Parallelamente all’attività cinematografica, Ugo Conti coltiva una forte passione per la musica e lo spettacolo dal vivo, portando in scena performance che intrecciano recitazione e canto, e consolidando il suo rapporto con il pubblico italiano. Oggi, questo viaggio umano e artistico diventa racconto teatrale con “Da Giambellino a Hollywood”, spettacolo scritto da Ugo Conti e diretto dalla regista Debora Scalzo, pronto a debuttare nei teatri italiani. Un monologo-intreccio che ripercorre la sua storia: dall’infanzia nel quartiere popolare milanese fino al sogno americano, passando per il lavoro, gli incontri, le cadute e le conquiste. Lo spettacolo è prodotto e distribuito da Desca Production e Team 41 House, in collaborazione con Milan Community , il talk show ufficiale dei rossoneri fondato e diretto dal giornalista sportivo Luca Serafini , a suggellare un legame profondo con Milano, la sua identità e la sua memoria collettiva. Un racconto sincero, ironico e necessario, che restituisce il senso di un percorso unico: quello di un uomo che non ha mai dimenticato da dove viene, anche quando è arrivato lontano.

La tua carriera attraversa teatro, cinema e televisione. In quale di questi linguaggi senti di riuscire a esprimere più profondamente la tua identità artistica, e perché?
“Ogni linguaggio mi ha dato qualcosa di fondamentale, ma il teatro resta il luogo in cui sento di essere più nudo e vero. Sul palco non c’è protezione: c’è il respiro del pubblico, il tempo reale, l’errore che diventa parte della vita. È lì che ho imparato l’ascolto profondo e la responsabilità emotiva del racconto. Prima ancora, però, la mia prima scuola è stata la strada: sono cresciuto al Giambellino, a Milano, un quartiere che ti insegna presto a osservare, a stare attento, a leggere le persone. Cinema e televisione mi hanno poi insegnato la misura, il silenzio, la forza di uno sguardo. Non li metto in competizione: sono stanze diverse della stessa casa.”

Guardando al tuo percorso, c’è un ruolo o un incontro professionale che ha segnato una svolta importante nella tua crescita come attore e come uomo?
“Più che un singolo ruolo, direi alcuni incontri. Ma ancora prima degli incontri professionali, c’è stato il contesto umano in cui sono cresciuto. Venire da un quartiere popolare come il Giambellino ti forma senza che tu te ne accorga: impari il rispetto, il limite, la fatica, ma anche una certa solidarietà silenziosa. Poi, nel lavoro, ho avuto la fortuna di incontrare registi e colleghi che non cercavano la performance, ma la verità. E quando qualcuno ti chiede di essere vero, non puoi più tornare indietro. Lì ho capito che fare l’attore non significa mostrarsi, ma esporsi.”

Quanto conta, per te, l’esperienza di vita personale nel lavoro dell’attore? In che modo ciò che vivi fuori dal set entra nei tuoi personaggi?
“Conta tutto. L’attore non inventa emozioni: le riconosce. La vita, con le sue cadute, le sue perdite, le sue gioie improvvise, diventa una sorta di archivio emotivo. Io vengo da una realtà in cui le emozioni spesso non si spiegavano, si intuivano. Questo mi ha insegnato il valore del non detto, dello sguardo, del silenzio. Non porto mai me stesso in scena in modo diretto, ma inevitabilmente ciò che vivo sedimenta e torna fuori nei personaggi, magari anni dopo, in una battuta o in una pausa. Più vivi davvero, più hai qualcosa da restituire.”

Il mestiere dell’attore richiede continua trasformazione e ascolto. Come è cambiato il tuo modo di recitare nel tempo, con l’esperienza e la maturità?
“All’inizio avevo il bisogno di dimostrare, forse anche di riscattarmi. Con il tempo ho imparato a togliere, a fidarmi del vuoto. Oggi so che non devo riempire tutto: a volte basta esserci. La strada mi ha insegnato prima ancora del mestiere che l’ascolto è fondamentale, che devi capire chi hai davanti. La maturità ha rafforzato questa lezione: rispetto per i tempi, per gli altri, per la storia che stai raccontando. Recitare non è più una prova di forza, ma un atto di fiducia.”

Se dovessi descrivere il tuo percorso artistico con una parola che non appartiene al mondo della recitazione, quale sceglieresti e perché?
Direi “attraversamento”. Perché il mio percorso non è stato una linea retta, ma un continuo passare dentro esperienze, luoghi, persone. Dal Giambellino ai palcoscenici, dai set alle prove, senza mai dimenticare da dove vengo.Attraversare significa non fermarsi alla superficie, accettare di perdersi per ritrovarsi diversi. Ed è esattamente quello che la strada, il mestiere e la vita mi hanno insegnato.

Instagram Ufficiale: @ugocontiofficial

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