Michele D’Anca, quarantacinque anni di palcoscenico e set e una nuova chiamata: la Regia

Michele D’Anca (Bologna, 27 gennaio 1963) è un attore, regista, sceneggiatore e doppiatore italiano. Bolognese di nascita e romano d’adozione, ha perso il padre a soli 17 anni, evento che ha segnato profondamente la sua vita e la sua vocazione artistica. Debutta nel 1981 con il musical televisivo “Grandi firme anni ’30” su Rai 3.  Nel 1985 si diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dove lavora con grandi maestri come Luca Ronconi, che lo dirige a soli vent’anni ne “Il Sogno” di Strindberg. Per oltre quindici anni calca i palcoscenici dei più importanti teatri italiani lavorando con registi del calibro di Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Scaparro e Federico Tiezzi. Dal 1998 inizia un’intensa carriera televisiva partecipando a serie  come “Il Maresciallo Rocca”, “Don Matteo”, “Provaci ancora Prof, Caccia al Re — La Narcotici“ e interpretando nel 2007 il ruolo di Angelo Branca (ispirato a Renato Curcio) nella miniserie “Il Generale Dalla Chiesa”. Dal 2010 al 2016 è Sebastian Castelli nella soap “CentoVetrine” di Canale 5, personaggio che lo rende particolarmente amato dal pubblico. 

Credit Foto: “Sebastian Castelli – CentoVetrine” foto di set – – Archivio personale intervistato “Michele D’Anca”

Parallelamente lavora come doppiatore prestando la voce a David Schofield nei “Pirati dei Caraibi”, Marton Csokas in “The Bourne Supremacy” e Kevin Durand in “Lost”. Nel 2024 debutta alla regia con “Distress Call”, un cortometraggio sul dramma dei migranti nel Mediterraneo che, attraverso una reale chiamata di soccorso, denuncia l’indifferenza del sistema. Il progetto ha vinto il bando NUOVOIMAIE, traguardo raggiunto anche dalla sua opera successiva, ‘LUltimo Reporter’, già premiata ai RIFF Awards per la miglior sceneggiatura. Un esordio che non passa inosservato: il film conquista numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio del Social Film Festival ArTelesia come Miglior Cortometraggio, la doppia vittoria al Caorle Independent Film Festival — Miglior Cortometraggio e Miglior Cortometraggio Drammatico — e il prestigioso riconoscimento ‘Giubileo del Mediterraneo’ nell’ambito del Premio Penisola Sorrentina, grazie al quale il corto è approdato su Rai Cinema Channel, dove è attualmente disponibile. Tre traguardi che fotografano la traiettoria di un artista capace di mettere il proprio talento al servizio di ciò che conta.

Credit Foto: “Punto di Vista” – Foto di Nicolò Marfella, relativa al premio come Miglior Attore ricevuto al Punto di Vista Film Festival 2024

A 17 anni hai perso tuo padre e hai scritto che questo ti ha costretto a “prendere in mano le redini della tua vita”. In che modo quel dolore ha plasmato non solo l’uomo, ma anche l’attore che sei diventato?

“Quel lutto mi ha strappato con violenza dall’adolescenza, proiettandomi in un mondo di responsabilità e autonomia difficile da reggere a diciassette anni. In qualche modo ci sono riuscito — e credo che il teatro mi abbia aiutato: mi ha dato una disciplina, un luogo dove trasformare il dolore in forma. Come attore, quel contatto precoce con il dolore vero — quello che non si finge — è diventato un tesoro emotivo da cui attingere in scena. Non è un caso se ho sempre scelto ruoli intensi e drammatici, o se mi sento vicino a personaggi in cui la fragilità non è estetica, ma verità. So cosa significa portarsi dentro un’emozione che ti cambia per sempre, e conosco l’urgenza di darle voce.”

Credit foto by: Denitza Diakovska

Nel 2007 hai interpretato Angelo Branca, ispirato a Renato Curcio, ne “Il Generale Dalla Chiesa”. Hai dichiarato che è stato il ruolo più difficile della tua carriera. Cosa ti è rimasto dentro di quel personaggio e quanto sei riuscito a separare l’uomo dal militante?

“La difficoltà stava anzitutto nel fatto che la figura da incarnare era reale: non potevi inventarla a tuo piacimento. È stato necessario un lungo lavoro di ricerca per abitare quel contesto storico e le dinamiche di quella militanza, capirne le ragioni e gli obiettivi. Tutto questo richiedeva un rigore assoluto: dovevo restare lucido, senza cedere al giudizio o alla posizione ideologica. Per me era vitale separare l’uomo dal militante. Dovevo rintracciare, prima di tutto, la sua verità umana. Mi guidò una lettera di Eleonora Duse in cui scriveva di non guardare se i personaggi avessero ‘tradito o peccato’, purché potesse sentirne il pianto e la sofferenza. È un principio che ho fatto mio: l’arte non deve condannare, deve comprendere e restituire le ferite di un’esperienza. Quel ruolo mi ha lasciato un rispetto profondo per la complessità. E ricordo bene la responsabilità di essere credibile, istante dopo istante, di fronte a un attore come Giancarlo Giannini: un confronto che non ammetteva distrazioni e che mi ha obbligato a un livello di verità altissimo.”

Credit photo: Generale dalla Chiesa – Foto Set – Archivio personale intervistato “Michele D’Anca”

Da attore sei sempre stato attentissimo al rapporto con il pubblico, quasi maniacale nel voler capire “cosa arriva del tuo lavoro oltre lo schermo”. Ora che sei passato dietro la macchina da presa con “Distress Call”, cosa cerchi di far arrivare agli spettatori?

“L’attenzione verso il pubblico non è cambiata: è la stessa, e oggi passa attraverso la regia e la scrittura. Con i miei film cerco di far arrivare una verità capace di scuotere nel profondo e, attraverso l’esperienza del racconto, di porre domande che attivino la coscienza e spostino la percezione sul tema trattato. In fondo, il mio sguardo si è evoluto: se da attore mi chiedevo ‘cosa arriva’, da regista cerco ‘cosa resta’. Mi interessa ciò che dell’esperienza cinematografica continua a risuonare nel pubblico dopo la visione.”

“Distress Call” racconta la tragedia dei migranti attraverso gli occhi di chi riceve la chiamata di soccorso. Non è cinema di evasione, è cinema civile. A 61 anni, dopo una carriera lunghissima, perché hai sentito il bisogno di esordire alla regia proprio con questo tema?

“Il mio non è affatto un cinema di evasione. Al contrario: cerco temi forti, un cinema civile che indaghi esperienze profonde, nel corpo e nella psiche. Un cinema umano, insomma. Più che una questione di età, dopo decenni di recitazione e scrittura, ho sentito che era arrivata la ‘chiamata giusta’. La regia era matura e volevo esordire con un progetto che fosse un atto di identità, che dichiarasse chiaramente che tipo di cinema voglio fare. Cercavo una storia necessaria e sono stato scosso dal video di una ONG che riprendeva lo strazio di una madre che aveva appena perso il suo bambino in mare. È una tragedia alla quale rischiamo l’assuefazione e dalla quale spesso distogliamo lo sguardo. Meritava di essere raccontata dal punto di vista dei primi testimoni diretti — e invisibili — di quel soccorso. Ciò che troppo spesso viene ridotto a ‘problema politico’ resta, prima di tutto, una tragedia umana, ed è ciò che volevo sottolineare attraverso il film.”

Credit foto: “Distress Call – Set” – foto di Luca Spampinati

Hai studiato con John Strasberg ma hai dichiarato di non credere nei metodi perché “spesso fanno solo danni”. Dopo decenni di mestiere, se dovessi dare un consiglio a un giovane attore, quale sarebbe l’unica cosa che conta davvero quando sei sul set o sul palcoscenico?

“L’unico metodo davvero efficace è non avere metodi. I sistemi che pretendono di codificare la spontaneità sono paradossali: cercano di dare leggi a ciò che, per natura, è irregolare e imprevedibile. Cosa conta davvero? Lo studio. Bisogna prepararsi con grande consapevolezza, esplorare ogni sfumatura del personaggio così da arrivare sul set o sul palco con molte possibilità reali ma senza pianificare nulla in anticipo. Bisogna restare aperti di fronte agli stimoli e scegliere in modo intuitivo, d’istinto. La vera scelta avviene solo mentre si è nell’esperienza, mai un istante prima. Quando parte il ‘ciak’, il pensiero cosciente deve farsi da parte per lasciare il controllo all’inconscio. Le decisioni non sono più consapevoli… si agisce e basta. Si inizia ad accadere. In una parola: libertà. L’unica cosa che conta è che ciò che stai vivendo sia, in quel momento, un’esperienza reale.”

Credit Foto: ​​”La Signora delle Camelie – Patroni Griffi” – Foto di Tommaso Le Pera

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