Ci sono chef che cucinano e chef che, attraverso la cucina, raccontano una storia. Tino Vettorello appartiene senza dubbio alla seconda categoria: chef, imprenditore e ambasciatore della tradizione culinaria veneta, ha costruito negli anni una carriera internazionale fondata sulla valorizzazione della materia prima, sulla creatività e su una cucina capace di coniugare eleganza, semplicità e benessere.
Il suo percorso lo ha portato dai ristoranti del Veneto ai grandi palcoscenici internazionali: dalle Olimpiadi invernali di Vancouver e Sochi alla Biennale di Venezia, fino ai Festival del Cinema di Cannes e Berlino. Ma è soprattutto alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che il nome di Tino Vettorello è diventato indissolubilmente legato al mondo del cinema e alle sue grandi protagoniste e protagonisti.
Nel corso degli anni, le sue creazioni sono state dedicate anche a celebri personalità del cinema e dello spettacolo, trasformando un piatto in una vera narrazione: un incontro tra il carattere della persona, la cultura gastronomica italiana e i sapori del territorio. Il celebre “Rombo alla Clooney” è diventato uno dei simboli di questo particolare modo di intendere la cucina.
Oggi la sua filosofia parte da un principio preciso: la qualità della materia prima, il rispetto del territorio e una cucina che sia al tempo stesso piacere e benessere. Un percorso che continua a rinnovarsi, senza perdere il legame con le proprie radici venete.
Abbiamo incontrato Chef Tino Vettorello per parlare di cucina, cinema, grandi eventi, territorio, creatività e di quelle emozioni che, a volte, possono essere racchiuse in un piatto.

Qual è stato il momento in cui ha capito che la cucina sarebbe diventata la sua vita e quali sono state le tappe più importanti della sua carriera?
«Non c’è un momento preciso in cui l’ho capito. È qualcosa che capisco ancora adesso, lavorando giorno per giorno: la passione per la cucina è un amore che continua ad alimentarsi. Sono cresciuto in una famiglia che lavorava nel settore alimentare; mio padre mi ha trasmesso la curiosità per i prodotti e il rispetto per chi li produce. A quattordici anni ho cominciato a lavorare in cucina e a ventidue ero già chef in un ristorante di Treviso. In seguito il lavoro mi ha portato fuori dal Veneto e dall’Italia. Ho cucinato ai festival del cinema di Berlino e Cannes, alle Olimpiadi invernali di Vancouver e Sochi, ai Mondiali di ciclismo in Belgio e per eventi come l’America’s Cup e i Mondiali di scherma. Sono occasioni molto diverse tra loro: devi capire dove sei, per chi stai cucinando e come portare in quel luogo la tua cucina».

Cosa significa per Lei essere diventato, nel tempo, una presenza così importante e riconoscibile della Mostra del Cinema?
«Arrivo alla Mostra ogni anno come fosse la prima volta. Nei primi giorni sono concentrato sul lavoro, sui servizi, sulle persone che abbiamo davanti. Poi mi accorgo che qualcuno torna, mi riconosce, ricorda un piatto che ha già assaggiato nelle edizioni precedenti perché me lo chiedo. Dopo diciassette anni è una soddisfazione, certo, ma anche una responsabilità. Non posso pensare di sapere già come andrà perché conosco la Mostra: ogni edizione ha i suoi ospiti, i suoi ritmi e le sue richieste. L’attenzione non deve rimanere quella del primo anno, deve crescere sempre».
Che cosa significa per uno chef raccontare una persona o un film attraverso un piatto?
«Per me il punto di partenza è sempre la cucina. Un nome può incuriosire, ma il piatto deve funzionare quando arriva a tavola. Poi c’è la storia: può nascere da un incontro, da un film, da un’immagine o da qualcosa che ho sentito e mi è rimasta impressa. Cerco ingredienti, sapori e pure colori, che sono d’obbligo nei miei piatti, che mi aiutino a raccontare una storia senza perdere la mia identità. Quando una persona assaggia il piatto, magari scopre qualcosa del motivo per cui l’ho creato. È un modo per prolungare quell’incontro anche oltre la Mostra».

Quanto è importante per Lei trasformare «Red Carpet» in una storia, quasi fosse una sceneggiatura gastronomica?
«“Red Carpet” è un piatto a cui tengo molto. Il branzino marinato al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, le fragole, i germogli e le bollicine portano a tavola il colore e l’atmosfera della Mostra, ma raccontano anche un territorio in cui ho lavorato tanto. L’idea viene da lontano, dalle sensazioni raccolte quando ho preparato in Francia una cena di gala legata al riconoscimento delle colline del Prosecco come patrimonio UNESCO. Quelle colline le sento anche mie, per il rapporto che ho costruito con chi ci lavora. Mi fa piacere che il pubblico abbia accolto bene il piatto: la storia conta, ma alla fine è l’assaggio a decidere se hai trovato la strada giusta».
C’è un incontro con un personaggio famoso che ricorda in modo particolarmente speciale e che ha lasciato un segno anche nella Sua cucina?
«George Clooney è il primo nome che mi viene in mente. Il “Rombo alla Clooney” è nato per lui e lo abbiamo rivisto più volte negli anni, senza fargli perdere la sua identità. Quando George torna alla Mostra e lo assaggia ancora come ha fatto da poco quando è tornato al Lido per ritirare il Premio alla Carriera, ritrovo in quel piatto una parte della nostra storia a Venezia. Penso anche a Penélope Cruz e allo Spaghetto a lei dedicato, nato nel 2019. Ci sono il Prosecco, i gamberi rossi di Sicilia, le uova di salmone e l’aria di gamberi. È rimasto nel percorso “Che Cinema!” a Tino Jesolo: mi piace che un piatto nato per un’occasione continui a vivere e che anche chi non era presente quell’anno possa assaggiarlo».

Come si riesce a portare la propria identità italiana nel mondo senza perdere il legame con le proprie radici?
«Quando lavori all’estero ti rendi conto di quanto siano riconoscibili la nostra cucina e i nostri prodotti. Abbiamo una ricchezza enorme, da nord a sud, e possiamo portarla in luoghi e situazioni molto diversi. Ma bisogna conoscere bene quello che si cucina: non è sufficiente chiamare “italiano” un piatto. Io parto dai prodotti, cerco di seguirne la filiera e, quando lavoro fuori, porto con me quelli che mi servono per ottenere il risultato che voglio. Le radici restano nel modo in cui scegli e tratti gli ingredienti, anche se la cucina viaggia».
Che cosa pensa sia indispensabile per un giovane che vuole trasformare la passione per la cucina in una professione e, magari, costruire un proprio percorso imprenditoriale?
«Vorrei che i ragazzi potessero conoscere questo lavoro mentre lo studiano. La scuola dovrebbe dare più spazio all’esperienza in cucina, alternando meglio lezioni e lavoro: solo in una vera cucina capisci che cosa significa preparare un servizio, stare in una squadra, assumerti una responsabilità. La passione serve, ma da sola non ti insegna il mestiere. Se poi vuoi aprire un’attività, devi osservare anche quello che accade fuori dalla cucina. Lavorando per un imprenditore puoi vedere quanto impegno richiedono l’organizzazione, le persone, i conti. Siamo artigiani, ma un ristorante è anche un’impresa che deve stare in piedi. Per questo credo che in Italia si debbano aiutare di più i giovani che vogliono mettersi in proprio».

Dopo 17 anni di Venezia, cosa sogna ancora Tino Vettorello? C’è un progetto, un luogo o un personaggio con cui Le piacerebbe confrontarsi attraverso la Sua cucina?
«I sogni, in questo lavoro, cambiano ogni giorno. Assaggi un piatto e pensi a come potresti farlo meglio; incontri una persona e ti viene un’idea che prima non avevi. Ho diversi progetti in mente, anche in ambiti differenti dalla ristorazione: la cucina può entrare in tante esperienze e dare loro qualcosa in più. Non ho un personaggio preciso da indicare. Mi piacerebbe confrontarmi con qualcuno che ami davvero mangiare, sia curioso e abbia voglia di lasciarsi sorprendere»
Instagram: https://www.instagram.com/chef_tinovettorello/
Facebook: https://www.facebook.com/ChefTinoVettorello
Crediti Foto: «Ufficio Stampa»

Redazione Dojouomo.it – Tutti gli articoli della redazione sono contenuti informativi gestiti in autonomia. Dojouomo è il portale dedicato al mondo maschile con notizie, news e approfondimenti in diverse categorie. Fa parte del più ampio network Dojo Blog. Se vuoi entrare nel nostro Team invia la tua candidatura a staff@dojoblog.it
