“La cosa che ho sempre amato sin da quando ero piccolo erano le storie. Dapprima ascoltarle, poi reinventarle, e dopo ancora – dall’adolescenza in poi – scriverle. La scintilla iniziale, passione per il mio lavoro a parte (quella c’è sempre), è stata la consapevolezza di potere avere l’occasione di raccontare una storia che meritava di essere ricordata per chi già la conosceva e d’incontrarla per chi ancora non l’aveva scoperta. La Commedia, quella appunto con la C maiuscola, ci ha fatto conoscere in tutto il mondo in tempi non sospetti, molto più di quanto oggi il nostro cinema si faccia conoscere nel resto del globo. Meritiamo di ricordare tutto questo, affinché possa essere – e mi auguro molto presto – lo stimolo sufficiente per tornare a essere autentici ed esilaranti come ha ampiamente dimostrato chi ci ha preceduto. Personalmente, poi, è stata l’occasione irripetibile di potere dialogare intimamente con i personaggi che hanno fatto la storia di quel tipo di cinema, di permettere al mito d’incontrarsi con il reale. E trovo che avere queste opportunità, nel bene e nel male, siano la fortuna più grande, per permettere a me stesso di volta in volta il privilegio di crescere come persona e come artista, e capire meglio la vita.”

Sei regista e scrittore: come convivono queste due anime nel tuo processo creativo? Nasce prima l’immagine o la parola?
“Convivono esattamente come riescono a convivere in ognuno di noi diversi lati del proprio essere. Noi tutti siamo molte cose, e così è per me anche nel lavoro. Non potrei scegliere tra cinema e narrativa, e non solo perché sono due realtà, per come le vivo io, strettamente connesse tra loro, ma anche perché sarebbe come scegliere tra due figli, o scegliere di sacrificare un lato del proprio carattere. È durante la costruzione dell’idea o dell’ispirazione iniziale che poi, strada facendo, quella scintilla primordiale decide dove stare meglio, se in un soggetto per esempio, o se in un libro. Io mi lascio trascinare il più possibile, a volte con entusiasmo, altre con più timori, sentendomi anche io in primis incerto su quanto accade, ma poi ogni tassello trova il suo spazio e tutto, più meno, trova il proprio posto nel mondo. Talvolta tutto parte da un’immagine, altre da un pensiero, dipende. Senza fare troppo i filosofi, ma la parola è immagine e l’immagine è parola, così come è anche suono, emozione. Siamo creature splendide e goffe, e questo rende ogni ispirazione assolutamente fantastica e irripetibile.”

Il tuo lavoro è spesso attraversato da una forte identità autoriale e indipendente. Quanto è importante, per te, difendere una visione anche quando va contro le logiche più commerciali?
“Fondamentale. Ovvio che ogni contesto ti mette faccia a faccia con alcuni compromessi, ma un conto è trovare una forma di libero dialogo e risoluzione di fronte al conflitto, un conto è permettere a qualcuno di svuotare o intaccare in modo irreparabile la tua sensibilità, la tua artisticità. Il pubblico deve giungere dalla fiducia verso la tua visione e dal riconoscimento della verità di quanto fai. È un discorso complesso in modo assurdo in questo mondo, ma il succo di quanto cerco di preservare è questo.”

Nel tuo percorso hai incontrato molti artisti e storie diverse. C’è un incontro, reale o artistico, che ha inciso profondamente sul tuo modo di guardare il cinema e la scrittura?
“Artisticamente parlando, per me sono stati fondamentali due incontri: Federico Fellini e i Monty Python per il cinema e Stefano Benni Chuck Palahniuk per la narrativa. Personalmente parlando, invece, custodisco con molta gelosia un’amicizia iniziata quando ero uno studente sin troppo dandy e che ancora oggi è una fonte di osservazioni e critiche fondamentale per il mio lavoro. Non dirò di chi si tratta perché è un nostro patto, però è una presenza preziosa per il mio percorso.”

Se dovessi raccontare il tuo percorso umano e artistico con una parola che non appartiene al mondo del cinema, quale sceglieresti e perché?
“Bella domanda. Direi “Fuori servizio”. Ho cercato di coltivare diverse filosofie di vita sino ad oggi, ma una su tutte l’ho capita al mio primo colloquio di lavoro a Milano, in un ufficio che stava minimo al 10imo piano del palazzo e sull’ascensore c’era il cartello “fuori servizio”. Di quel lavoro non mi fregava granché, anzi quasi nulla, avrei potuto andarmene, rinunciare. Però non si può mai sapere dove ti portano le strade della vita e da quel giorno ho sempre cercato di non fermarmi davanti a un’ascensore rotto. La fatica, il sudore, le attese, tutto fa parte del percorso.”
Instagram ufficiale: @thezulligram

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